«È toccato agli operai pagare il prezzo più alto»

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REPORTAGE / Viaggio negli stabilimenti Chrysler di Detroit dove insieme a Fiat si produce la nuova jeep per il rilancio

Una barzelletta circola a Jefferson North, la fabbrica della Chrysler appena fuori Detroit . Due neoassunti muoiono in un incendio e i giornali il giorno dopo titolano: perso un operaio dell’auto. «Con due di noi ne fai uno di quelli vecchi», spiega ridendo Chris Carlton fuori dallo stabilimento. Poi si fa più serio. «Parti a 14 dollari l’ora. E lavori a fianco di operai che guadagnano il doppio. Non ci metti molto a sentirti di serie B».
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Obama: «La bastonata è colpa mia»

midterm obama presser
Mi assumo «la responsabilità per la lentezza della ripresa e­conomica, e sono pronto a lavorare con i repubblicani per fare di più». Con toni e atteggiamenti molto meno battaglieri del giorno prima, quando aveva detto di «non volere re­pubblicani in Congresso», Barack O­bama si è presentato ieri ai giornalisti alla fine della conta delle perdite per il suo partito. E ha ripetuto più volte che ora tutto quello che vuole fare è «se­dersi con i leader di entrambi i partiti per trovare un modo di andare avanti insieme» dopo una tornata elettorale che lo ha «ridimensionato».

Ma il mea culpa del presidente demo­cratico è finito qui. Leggi tutto...

Ora ai democratici non rimane che il Senato

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Un mare d’inchiostro rosso – il co­lore del partito repubblicano – si allarga sulla cartina degli Stati U­niti man mano che i risultati vengono annunciati. Le grandi macchie di blu dei democratici che due anni fa ricoprivano le due coste, tappezzavano buona parte del Sud e del Nord e si infiltravano nel centro sono sparite. Perse. Per quanto tempo? Basteranno due anni al partito di Barack Obama per riprendersi dalla sconfitta di ieri, come sono bastati ai con­servatori non solo per risollevarsi dalla batosta del 2008, ma anche per portare l’orologio indietro a prima del movi­mento anti-Iraq del 2006, alla “rivolu­zione repubblicana” del 1994 e, stando al numero di seggi vinti alla Camera, an­cora prima, al 1948? È questa la questio­ne aperta che resta quando tutte le do­mande preelettorali hanno ricevuto ri­sposta, confermando la nuova tendenza a destra dell’elettorato americano.
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Midterm, la Camera ai repubblicani Obama: «Non fermatemi»

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La Camera ai repubblicani e un’ondata con­servatrice negli Stati chiave, sia per il Con­gresso che per la scelta di un governatore. Sono le indicazioni emerse ieri nella nottata dai pri­mi exit polls del voto di Midterm negli Stati Uniti. I sondaggi condotti fra chi usciva dai seggi hanno poi ribadito chiara­mente che per la maggior parte degli americani è stata l’econo­mia determinante nella scelta del partito per cui votare. Per il 52% degli intervistati dalla Cnn sono state le ragioni economiche le ra­gioni determinante di questo vo­to. Seconde, e all’8% ciascuna: guerre e sicurezza, deficit, istru­zione e immigrazione clandesti­na. Un segnale in più che i risul­tati finali, attesi per tarda matti­nata di oggi, puniranno il parti­to al potere, tradizionalmente biasimato in tempi di crisi, in questo caso i democratici e Barack Obama. Fin dalla tarda mattinata era stata forte l’affluenza al­le urne nelle elezioni politiche americane di ieri – più delle attese per un’elezione di metà mandato – gra­zie alle massicce operazioni di “get out the vote”, “ti­ra fuori il voto” portate a termine da eserciti di vo­lontari democratici e repubblicani. Entrambi i par­titi hanno speso decine di milioni di dollari per chia­mare gli elettori (mandando in tilt le centrali telefo­niche di molti Stati) e per accompagnare anziani e malati ai seggi, ma il dato sull’alta percentuale dei vo­tanti dovrebbe aver aiutato soprattutto il partito del presidente a contenere le perdite, visto che i re­pubblicani tendono ad andare alle urne comunque. Leggi tutto...

«Da domani due anni di paralisi»

Ayres
l’intervista
 Il consulente repubblicano Ayres: «Difficile mutare qualcosa a Washington se, come sembra, non ci sarà spazio per collaborare»

 Una vittoria repubblicana che porterà a due anni di quasi completa paralisi politica. Whit Ayres, sondaggista repubblicano e consulente politico di politici repubblicani di peso, come Ed Gillespie, prevede che il terreno che il Grand old party (Gop) recupererà oggi non gli consentirà di cambiare molto le cose a Washington, almeno finché Barack Obama resterà a Pennsylvania Avenue. Ma potrebbe aprire la strada per un Congresso e una Casa Bianca in mano al partito repubblicano nel 2012.  
Che scenario uscirà dalle urne?  Leggi tutto...

Obama annusa la sconfitta «Siamo pronti a cambiare»

Obama MDGs foto
Il voto odierno di metà mandato negli Usa potrebbe essere una sconfitta di proporzioni storiche per i democratici del presidente Barack Obama. Nonostante i repubblicani si mantenessero cauti nel cantare vittoria prima del tempo, ieri non c’era sondaggio che non indicasse percentuali di votanti conservatori «senza precedenti», come precisava la Gallupp, o «al di là delle previsioni », come diceva la Cbs . Gli stessi sondaggisti democratici ieri ammettevano di essersi preparati a una batosta come il partito dell’asinello non vede dal 1938, quando gli elettori votarono conservatore in segno di protesta per le leggi sul New Deal di Franklin Roosevelt. Ieri Ipsos e Reuters mostravano che il 51 per cento degli elettori voterà per i repubblicani mentre il 44 per cento voterà per i democratici. La Gallup dava addirittura le percentuali 55 a 40, ma solo in caso di una scarsa affluenza alle urne, inferiore alla metà degli aventi diritto.
  Molto dipenderà infatti dalla percentuale dei votanti.
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Al-Qaeda irrompe nel voto Usa

pacchi bomba
Gli attacchi sventati sui jet dallo Yemen riportano la campagna sui temi della sicurezza
 Un video di Osama Benladen apparso il fine settimana prima delle presidenziali del 2004 sancì la vittoria di George W. Bush su John Kerry. Possono gli sventati attacchi terroristici dallo Yemen fare un simile favore al partito di Barack Obama? La scoperta di due pacchi bomba diretti ad altrettante sinagoghe di Chicago, dove il presidente aveva da giorni in programma un comizio elettorale, ha catapultato la paura di un nuovo attentato nel mezzo di un’elezione dominata più di ogni altra nella memoria recente dalla politica interna. Dalla preoccupazione monomaniacale su economia, lavoro e tasse gli americani sono passati in 24 ore alla terrificante consapevolezza che al-Qaeda è sempre attiva e determinata a colpire gli Stati Uniti, non solo in Afghanistan e in Iraq, ma sul loro territorio. E tra lo scetticismo per come l’Amministrazione democratica ha gestito la crisi finanziaria si è fatta strada la rassicurante certezza che le agenzie di governo la- vorano dietro le quinte per mantenere sicura la popolazione. Il profilo di Obama come “comandante in capo” di una nazione in pericolo non può che trarne vantaggio.Leggi tutto...

Obama rischia il no dagli indipendenti

Obama indipendenti
La coalizione democratica perde pezzi. Gli stessi analisti dell’asinello lo sospettavano da tempo, e ora un sondaggio del New York Times lo dimostra. Alcune categorie che due anni fa hanno contribuito in maniera decisiva alla vittoria di Barack Obama e del suo partito hanno saltato la barricata e sono passate in casa repubblicana. È soprattutto l’effetto della crisi economica e dell’alto livello di disoccupazione, che genera disaffezione verso il partito al potere e desiderio di cambiare chi tira le redini, spiegano gli esperti. Ma l’emorragia non è per questo meno dolorosa per i democratici e soprattutto per la Casa Bianca che da mesi cerca di dimostrare di aver fatto tutto il possibile per migliorare le condizioni di vita degli americani. Ma ben pochi la stanno ad ascoltare.
 
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Obama: servono limiti al Far West dei fondi

obama fondi voto
In vista delle elezioni di medio termine si intensificano le polemiche per le donazioni milionarie anonime ai candidati conservatori

La campagna per il voto di rinnovo del Congresso americano di martedì prossimo ha già segnato almeno due precedenti storici: è costata finora 3,5 miliardi di dollari – un record per un’elezione non presidenziale e per la prima volta ha permesso ai gruppi privati di contribuire senza limiti al loro partito.
  La situazione è il risultato di una sentenza del gennaio scorso della Corte Suprema Usa, che stabiliva che le corporazioni e le associazioni, sia a scopo di lucro che non profit, hanno lo stesso diritto degli individui di «influenzare il dibattito politico». Devono quindi, come qualunque persona, rispettare i limiti di legge per quanto riguarda le donazioni ai singoli candidati, ma hanno mano libera nella spesa per promuovere una posizione politica, o attaccare un candidato che oppongono. La sentenza era stata criticata anche dalla Casa Bianca, per il timore che creasse un far west.
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L’universo? Sarà più freddo

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Parla l’astrofisico italo-americano Riccardo Giacconi, premio Nobel, che ha passato la vita a studiare le stelle con i raggi X

 Lo scopo finale è risalire alle origini dell’universo. Tornare indietro nel tempo andando sempre più a fondo nello spazio fino a scoprire che cosa successe all’inizio, dopo il gigantesco bang che diede al cosmo la forma che conosciamo. O che crediamo di conoscere. Il primo ad ammettere che la lista dei “non lo so” è ancora lunga è un astrofisico come Riccardo Giacconi che ha passato la vita a osservare e a interpretare i comportamenti delle stelle (sarà il prossimo 29 ottobre al Festival della scienza di Genova, dove riceverà il Grifo d’Oro). Giacconi nel 2002 ha vinto il premio Nobel per la Fisica per aver contribuito alla scoperta delle fonti dei raggi X nel cosmo e oggi, a 79 anni, se la recessione non gli avesse tagliato le risorse, «scandaglierebbe la volta celeste molto, molto in profondità alla ricerca di come si sono formati i grappoli di galassie». Lo farebbe negli Stati Uniti, naturalmente, dove vive da più di mezzo secolo e dove fare ricerca, anche con la crisi, è sempre possibile, a differenza dell’Italia. Ma andiamo con ordine.  
Professor Giacconi, lei è arrivato negli Usa nel 1956 con una borsa di studio. È stato facile ricominciare? Leggi tutto...

WIKILEAKS: «Nessuno andrà a leggerli tutti»

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 Il politologo Edward Luttwak: «È la loro stessa mole a renderli di fatto inoffensivi   E non aggiungono nulla»  Edward Luttwak, stratega militare e storico, consigliere del Pentagono e della Casa Bianca, sminuisce l’impatto della pubblicazione di 400mila file di guerra americani sui combattimenti in Iraq. La sua interpretazione è che non aggiungono nulla di nuovo a quello che già era noto. E che è la loro stessa mole a renderli di fatto inoffensivi.  
Cosa intende, professor Luttwak? Che nessuno andrà a leggersi 400mila documenti pieni di dettagli sulle operazioni militari Usa?
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WIKILEAKS: «Assurdo non custodire i segreti»

Mylroie
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Laurie Mylroie, consigliere di Clinton e Bush: «Chi potrà garantire in futuro i nostri alleati sulla riservatezza?»  «È semplicemente assurdo che qualcosa del genere possa accadere, che il governo degli Stati Uniti d’America non sia in grado di tenere segreti i suoi segreti».   Per Laurie Mylroie, consigliere sull’Iraq di Bill Clinton e del Pentagono di George W. Bush, e sostenitrice dell’intervento in Iraq, il danno maggiore che i 400mila documenti di Wikileaks possono arrecare è all’immagine del governo e dei militari Usa di fronte ai loro alleati e collaboratori.  Che tipo di danno prevede? Leggi tutto...

La Palin imbarca lo sceriffo anti-immigrati

Palin Arpaio
È l’ultimo acquisto del Tea Party. Joe Arpaio, lo sceriffo dell’Arizona «più cattivo d’America», come ama definirsi, famoso per le maniere forti nella lotta all’immigrazione clandestina. Durante la tappa a Las Vegas del Tea Party Express che sta toccando 17 Stati, è simbolicamente “salito a bordo” anche lo sceriffo, già inquisito per avere maltrattato i clandestini che aveva rinchiuso in torridi tendoni nel deserto dell’Arizona. E c’è già chi rumoreggia di un possibile ticket repubblicano Palin-Arpaio per le presidenziali del 2012, con lo sceriffo anti- immigrati a fare da vice alla “ape regina delle ragazzacce”, come l’ha definita ieri nella sua rubrica sul New York Times la commentatrice Maureen Dowd.
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Bill in missione per conto di Obama

Bill clinton
Comizi di Clinton in tutto il Paese per risalire la china e battere il fenomeno Palin

Quando il partito democratico perde colpi va a bussare alla porta di Bill Clinton. E il 64enne ex presidente non dice mai di no. Anche questa volta Clinton non ha esitato a dare fondo al suo considerabile carisma e la sua non diminuita aggressività per rianimare la base democratica che ha perso entusiasmo per il più opaco Barack Obama. Leggi tutto...

Staminali: gli scienziati Usa scelgono quelle adulte

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Al congresso mondiale di Detroit presentate le 17 sperimentazioni cliniche umane avviate nel corso dell’ultimo anno, facendo uso di cellule estratte dal corpo dei pazienti o da placenta e cordone ombelicale.

E’ stato il più grande convegno sulle cellule staminali negli Usa, l’unico a riunire scienziati e finanziatori, accademici, pazienti e l’entusiasmo era difficile da contenere. A giudicare dalle decine di rapporti e documenti presentati la scorsa settimana al «World Stem Cell summit» di Detroit, quello che volge al termine è stato un anno ricco di progressi per la ricerca sulle cellule riprogrammabili, quelle estratte dallo stesso corpo dei pazienti (dal sangue come dal midollo osseo, dal tessuto adiposo o muscolare come dalla pelle) oltre che dalla placenta e dal sangue del cordone ombelicale. Queste negli ultimi mesi hanno fatto il passo decisivo dai test sugli animali a quelli sugli esseri umani, e stanno dimostrando la loro potenzialità nella cura o nell’alleviamento dei sintomi di lesioni spinali, danni post­infarto e post-ictus, rari disordini cerebrali e morbo di Crohn.
 
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Obama cola a picco: il voto di novembre sarà un referendum

Obama a picco
Il presidente prova il contropiede sui repubblicani: fondi illegali nelle tasche dei candidati conservatori
A tre settimane dalle elezioni, Barack Obama si trova con le spalle al muro, criticato dalla sua stessa base e attaccato dagli avversari, e ormai disposto a tutto per usare il podio della Casa Bianca per contenere le perdite del suo partito alle urne e il declino del suo gradimento. Se è comune per un presidente arrivare a metà del suo primo mandato in mezzo alle critiche e sull’onda di uno scivolone nei sondaggi, solo una manciata ( Wilson, Truman, Nixon, e George W. Bush) hanno perso tanti punti agli occhi dei loro elettori, e Obama è l’unico ad averne bruciati tanti in così poco tempo: dall’80% del 2008 al 47% un anno dopo, e ancora più in basso nelle ultime settimane.Leggi tutto...

Lobby del greggio

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Marce pagate e studi pilotati contro la tutela ambientale

Due settimane dopo la chiu­sura della falla di petrolio nel Golfo del Messico, milioni di litri di petrolio rimangono nelle fo­reste di mangrovie nella Louisiana, decine di proposte di legge 'anti-pe­trolieri' restano in discussione al Congresso o nei Parlamenti statali a­mericani. E milioni di dollari conti­nuano ad affluire a Washington per proteggere gli interessi dell’industria del greggio dagli effetti indesiderati del disastro e delle norme in appro­vazione.

Nonostante i mea culpa della British Petroleum e le promesse, sue e di al­tri giganti del petrolio (dalla Exxon alla Shell alla Chevron), di diventare paladini dell’ambiente e di fare affa­ri con trasparenza, infatti, la multi­nazionale britannica e le sue 'con­sorelle' tengono al soldo schiere di potenti lobbisti nella capitale ameri­cana, e non risparmiano tattiche per assicurarsi che le scelte politiche del governo e del Congresso non siano 'troppo' verdi o troppo orientate ai consumatori. Lo scopo finale è l’op­posto di quello che la Bp ha assicu­rato al pubblico: rimediare fino al­l’ultimo centesimo alle conseguenze delle proprie azioni.
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TELELIBERTA' INTERVISTA SU RAGIONEVOLE DUBBIO

INTERVISTA ELENA MOLINARI SU "RAGIONEVOLE DUBBIO"

Obama apre, Ahmadinejad fa lo show

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«In un anno Palestina all’Onu». Ma l’iraniano incalza: l’11/9 complotto Usa, Israele «criminale»

Barack Obama esorta Benjamin Netanyahu ad estendere la moratoria sui nuovi insediamenti e apre una porta all’Iran sul nucleare, Mahmoud Ahmadinejad invece attacca ancora lo Stato ebraico (oltre agli Stati Uniti) e la Turchia esige da Israele scuse formali per l’aggressione alla propria flottiglia del maggio scorso. Il Medio Oriente è stato al centro della prima giornata di dibattito della 65ma Assemblea generale dell’Onu, che ha visto in primo piano anche una nuova tesa schermaglia a distanza fra i presidenti statunitense ed iraniano. Se arabi e israeliani sosterranno la nostra sfida della pace, ha detto Obama, «quando torneremo qui il prossimo anno, potremo arrivare a vedere un nuovo membro delle Nazioni Unite, uno Stato palestinese indipendente».Leggi tutto...